Galatinesi illustri

Alessandro Tommaso Arcudi
Storico
Galatina 1655 – Andrano 1718
La famiglia Arcudi comprende molte personalità di rilievo come Silvo Medico, filosofo e letterato autore di numerosi scritti, Antonio arciprete di rito greco a Soleto e riordinatore del breviario greco – bizantino, Francesco Vescovo di Nusco. Alessandro Arcudi ha oscurato la fama degli altri della sua casata per aver scritto l'opera Galatina letterata, nella quale riunì le notizie su 44 cittadini galatinesi illustri. Il testo è tuttora utilizzato quale preziosa fonte storiografica.
Appena diciassettenne entrò nell’ Ordine dei Padri Domenicani e, più tardi, fu insignito del titolo di Predicatore generale.
Lasciò numerosi altri scritti di carattere filosofico e religioso, alcuni dei quali conservati nella Biblioteca Civica.


Baldassarre Papadia
Storico
Galatina 1748 – 1832
E’ considerato tra i maggiori e più accreditati storiografi del Salento. Laureato in diritto civile e canonico a Napoli, dotato di larghi mezzi economici, possedeva una biblioteca di grande spessore culturale, che spaziava dalla storia alla letteratura classica, dalla numismatica alla geografia, dalla giurisprudenza alla filosofia.
Il Papadia ebbe prestigiosi riconoscimenti da numerose accademie.
Tra i suoi scritti, anche composizioni poetiche, è ancora oggi fondamentale per la ricerca storica l’opera pubblicata nel 1792, Memorie storiche della città di Galatina nella Japigia, che gli procurò grandi lodi da personalità della cultura dell’epoca. Il volume, oltre a ricostruire la storia di Galatina, riporta in appendice tutti i documenti citati nel testo e brevi biografie di illustri cittadini.
L’ opera Memorie storiche fu inviata a Napoli per illustrare la storia di uno dei più conosciuti paesi della provincia di Lecce. Infatti, nel 1793, a seguito di tale pubblicazione, Galatina fu elevata al grado di città da Ferdinando IV re di Napoli.


Marcantonio Zimara
Filosofo
Galatina 1475 ca. – 1535 ca.
Lo Zimara è, oggi, tra gli autori più studiati e analizzati del Cinquecento padovano; anche se fu aspramente criticato dagli umanisti a causa del suo aristotelismo.
Laureato in filosofia e medicina, nonostante le umili origini, scrisse molte opere, non tutte stampate, i cui manoscritti sono conservati in biblioteche italiane ed europee.
Lasciò Padova a causa delle guerre in atto nello Stato Veneto, per tornare a Galatina dove fu eletto Sindaco nel 1514. Nel 1522, insieme a Pietro Vernaleone, fu inviato a Napoli dall’università di Galatina per difendere i diritti della città contro i soprusi dei duchi Castrista.
Pubblicò a Napoli l’opera Theoremata, dedicata al Principe Ferdinando Sanseverino che lo chiamò a Salerno dove insegnò per vari anni filosofia e medicina teorica. Successivamente fu nominato alla cattedra di lettore di metafisica nelle pubbliche scuole di S. Lorenzo a Napoli.
Nel 1525 fu nominato ordinario di filosofia presso l’ università di Padova.
Negli ultimi anni della sua vita scrisse l’opera Tabula dilucidationum, un’ accurata guida delle opere di Aristotele e Averroè di filosofia naturale e metafisica.


Pietro, detto Galatino,
nacque a San Pietro in Galatina tra il 1460 ed il 1464. Dubbia è la sua estrazionesociale e la famiglia di appartenenza: specificato, infatti, che con Petrus Galatinus (come egli stesso firmava le sue opere) intese indicare la città d’origine, gli storici si sono confrontati, nel corso degli anni, nel tentativo di individuare la famiglia d’appartenenza dando vita ad una vera e propria querelle.
Recenti studi hanno fatto emergere una nuova linea interpretativa, a tutt’oggi la più convincente. Ciò è stato reso possibile grazie all’attenta analisi esegetica di alcuni passi delle opere del Galatino nelle quali si individuano taluni cenni autobiografici, soprattutto nei suoi riferimenti alla futura comparsa del Pastor Angelicus, del quale il visionario Galatino si riteneva l’incarnazione. Analizzando una delle tante tracce astutamente inserite dall’ebraicista nelle sue opere al fine di presentarsi, agli occhi del mondo, con le vesti del Pastore Angelico, lo storico Giancarlo Vallone ha indicato una probabile soluzione alla vecchia querelle.
Nella Vaticinii Romani Explicatio (1525), commentando il testo profetico che annunziava l’arrivo del Pastore angelico, il Galatino lo indica celandone il nome col tetragramma G.S.C.G.: «non dicat nomen G.S.C.G.».
Come egli stesso annotava, poi, G. indicherebbe l’iniziale del soprannome (agnominis eius), S. il nome della famiglia d’origine (nominem gentis), C. la provincia d’origine (provinciae) e G. il paese di nascita (patriae ipsius). Se si ammette (come il Vallone) che il tetragramma celerebbe lo stesso Galatino (a ragione della sua convinzione di incarnare la figura del Pastor), G. indica, appunto, il soprannome Galatino, S. il cognome della famiglia (né Colonna, né Mongiò), C. la Calabria e G., appunto, Galatina. Secondo questa interpretazione, dunque, il Galatino non appartenne né ai Colonna né ai Mongiò ma ad una famiglia di cui non è, allo stato attuale delle ricerche, possibile conoscere il nome completo e che, quasi certamente, iniziava con la lettera S. Giovanissimo, visse e studiò nel convento francescano di Santa Caterina d’Alessandria, in Galatina, entrando a far parte dell’Ordine dei frati minori osservanti. In questi anni venne avviato allo studio della lingua ebraica.
Per perfezionarsi negli studi venne inviato dai superiori a Roma, presso quella che divenne la sua residenza abituale: il convento di Aracoeli. Ma non vi rimase ininterrottamente: nel 1492 fu a Taranto dove studiò la “Profezia di San Cataldo” ; nel 1506 a Napoli, nel 1518 lo troviamo a Bari in qualità di Ministro Provinciale; nel 1524 fece ritorno nella sua Galatina, avallando di buon grado l’istanza presentata dalla città a Papa Clemente VII per la sua elevazione a sede episcopale. Nel 1536 venne eletto per la seconda volta Provinciale. La sua padronanza ed ampia conoscenza della lingua ebraica, utilizzata in molte delle sue opere all’interno dell’esegesi dei testi sacri, portò molti a ritenere che fosse un ebreo convertito. Approfondì, inoltre, la teologia, la filosofia e la qabbalah. Sempre a Roma insegnò filosofia, teologia, lingua greca ed ebraica, entrando nella corte di Leone X e rivestendo gli incarichi di Penitenziere della basilica di S. Pietro, Cappellano, Familiare e Penitenziere apostolico del cardinale Lorenzo Puccio e di Francesco Quinones. Morto Leone X nel 1521, fu Familiare e Commensale di papa Paolo III. A questi rapporti con l’alta curia romana sono da aggiungere quelli col potere laico: Carlo V, Ferdinando II detto “il Cattolico”, Massimiliano I, Enrico VIII d’Inghilterra ed il grecista
tedesco Johannes Reuchlin (1455-1522). A loro rivolge alcune delle sue maggiori opere o semplici scambi epistolari. Intendendo l’intellectus spiritualis, lo spirito profetico, come lo strumento indispensabile per divinare il futuro, giunse a vedere in sé l’incarnazione del Papa Angelico e, dunque, la necessità - dinanzi all’inarrestabile sviluppo delle dottrine “eretiche” di riformare la Chiesa di Roma. Con la sua vasta produzione il Galatino spaziò, dunque, dalla filosofia alla teologia tenendo sempre presente un fine escatologico di ridefinizione e ampiamento dei compiti e degli obiettivi di una nuova chiesa, della quale intese presentarsi nelle vesti di nuovo papa . Sugli ultimi anni della vita del Galatino, come di quasi tutta la sua vita, si sa ben poco. Colpito da una grave malattia , fece voto alla Vergine di dedicarsi alla dimostrazione della di lei immacolata concezione, ottenendo di riacquistare, per grazia, la propria salute. Nel 1539, come risulta dagli Annales Minorum (1625-54) di Luke Wadding, viveva a Roma “in età decrepita”. È, dunque, presumibile che sia morto intorno al 1540 circa e sepolto nella chiesa romana di Aracoeli. Tutte le sue opere manoscritte rimasero gelosamente custodite nella biblioteca della stessa chiesa tanto da vietarne l’allontanamento, salvo per eventuali pubblicazioni. Nel 1610, infatti, l’arcivescovo di Lanciano Lorenzo Mongiò, chiese ed ottenne da
Paolo VI la dispensa per copiare e pubblicare i manoscritti senza, tuttavia, portare a termine il proposito.
I manoscritti vennero successivamente trasferiti nella Biblioteca Vaticana dove sono ancora custoditi.


Pietro Siciliani
Galatina, 19 settembre 1832 - Bologna, 28 dicembre 1885

«Anima propriamente sitibonda di luce, non avea posa; e spiccavisi dalle sedi pur ora dilette de' suoi pensieri, per ispingersi ancora più oltre, ancora più in su, verso la verità vera, ultimo riposo dei forti e gentili spiriti. Se non che naturalmente buona si riposò forse meglio nel bene. Quindi negli anni più maturi, più operosi, più fecondi, la predilezione di lui per quelle scienze che hanno ad oggetto la possibile felicità umana, cercata nelle riforme sociali e nella educazione di tutti e per tutti. [...] Lo premiarono anzi tutto i discepoli.All'ardore degli accorrenti alla scuola di Pedagogia in Bologna, per darne un'idea a chi non la vide, non trovo altro paragone che dell'ardore onde accorrevasi alle scuole dei famosi umanisti nel Rinascimento. Ma lì erano principi e nobili e cittadini grandi e chierici; qui erano poveri maestri elementari: segno, fra le tristizie dei tempi, d'un altro e più alto e più umano rinascimento. [...] Bella cosa la lode dai lodati uomini: santa cosa esser pianto dagli umili, dai negletti, dai poveri».
(Giosuè Carducci,  Alla bara di Pietro Siciliani, 1886)

«Il Siciliani fu il più dolce uomo del mondo ma il convincimento gli dava la fierezza, l'alto disinteresse gli dava il coraggio; e la indignazione contro ogni malo uso della critica dava slancio, violenzaequasiapparenzadirancorealsuoattacco.[…]Amava la scienza ma vagheggiava l'armonia fra il mondo esteriore e l'interiore, fra la vita ed il pensiero, l'indipendenza e la sociabilità. Additando i mali che affliggono tutta quanta la specie umana con ogni sforzo tentava di porre le basi di un periodo nuovo e migliore. Per questo appunto il Carducci scrisse di lui che: onorò sé e la patria filosofando eloquentemente verità conducenti al meglio della vita umana. Associava per eccellenza a quelle del pensatore non solo le qualità ma i gusti dell'artista. Come parlava di poesia e d'arte! Bisognava sentirgli leggere qualche bella pagina! Bisognava vederlo quando la musica,certa musica,gli toccava il cuore[…] Egli,questograndefilosofo,questocreatoredella pedagogiaitaliana,questopositivistagenialeesentimentale…».
(Paulo Fambri, Pietro Siciliani, 1887)

Pietro Siciliani (all'anagrafe Siciliano),nacque a Galatina il 19 settembre 1832 dal venditore di pelli Vito Siciliano e da Rosa Maria Anastasia. Dopo gli studi presso lo Stabilimento delle Scuole Secondarie di Galatina (1840-46) e il Seminario di Otranto(dove, nel 1850, ottenne gli ordini minori), studiò al Collegio gesuitico San Giuseppe di Lecce (1850-55) e dal Collegio medico-cerusico di Napoli dal quale, nell'ottobre del 1857, fu allontanato dal rettore Pasquale Caruso per le sue note simpatie liberali. Grazie all'appoggio di Salvatore De Renzi riuscì a riparare in Toscana. A Pisa, nel 1859, ottenne la laurea in Medicina e Chirurgia ed a Firenze, nel 1861, completò gli studi medici formandosi sotto Francesco Puccinotti, Maurizio Bufalini, Filippo Pacini, Cesare Studiati ed altri noti scienziati. Poté, inoltre, stringere forti legami con i maggiori rappresentanti della cultura toscana ed italiana dell'epoca: Gino Capponi, Terenzio Mamiani della Rovere, Silvestro Centofanti, etc. Tuttavia, la passione che fin da giovane aveva nutrito per gli studi filosofico-letterari, lo portò ad abbandonare la carriera medica per dedicarsi all'insegnamento della Filosofia prima a Firenze (1862-67) presso il Regio Liceo "Dante Alighieri" e, poi, all'Università di Bologna (1868-85) dove tenne ininterrottamente la cattedra di Filosofia teoretica (dal 1876 divenne ordinario della disciplina) e di Antropologia e Pedagogia dal 1868 al 1871 e, nuovamente, dal 1876 al 1885. Ricoprì quest'ultimo incarico anche presso la Scuola di Magistero, sezione filosofica, dal 1877 al 1883 e, poi, solo di Pedagogia fino al 1885. A Bologna fiorì la sua personalità imponendosi all'attenzione internazionale.  Amato, stimato ed anche fortemente criticato (ma mai ignorato!) dagli intellettuali del tempo, che pur dimostravano di non comprendere appieno alcuni capitoli della sua complessa riflessione. Tra i fondatori della pedagogia scientifica, il prof. Siciliani divenne presto un punto di riferimento per tutti gli insegnanti d'Italia che da lontano, comescrisse l'amico Carducci, «venivano, maestri e maestre, da tutte le Romagne e dal Ferrarese, di fondo al Polesine, dai colli di Verona, dai piani di Mantova, trenta, quaranta, sessanta miglia di lontano: nei gelati mattutini di gennaio, sotto i solidigiugno,venivanoperascoltarloelavoraresottodiluieconlui»(G.Carducci,Dinanziallabara di Pietro Siciliani, 1885). Qui giungevano per formarsi nei nuovi metodi scientifici della disciplina pedagogica. Sempre in questi anni tenne uno dei primi corsi in Italia di Sociologia teoretica ed approfondì, nei termini della sua riflessione filosofica, l'analisi della psicologia. Co-direttore della Rivista Bolognese, i suoi studi furono pubblicati, discussi e commentati sui maggiori giornali dell'epoca ed i suoi libri valicarono leAlpi e furono letti ed apprezzati dalle più eminenti personalità europee: Darwin, Haeckel, Ribot, Herzen, Gegenbauer, Owen, Gengenbauer, etc. Con la moglie, la letterata Cesira Pozzolini (1839-1914) costituì, a Bologna, un cenacolo letterario frequentato dalle maggiori personalità dell'epoca: Giosuè Carducci, Bertrando Spaventa, Francesco Fiorentino, Angelo Camillo De Meis, Donato Jaja, Pasquale Villari, Niccolò Tommaseo. Mantenne frequenti contatti con la sua Galatina, sia aiutando materialmente i giovani che si spostavano a Bologna per studiare, sia candidandosi al Parlamento senza, tuttavia, mai riuscire a raccogliere i voti necessari (nel suo ultimo tentativo, nel 1882, venne superato e battuto dal galatinese Nicola Bardoscia). Filosoficamente incline a ricercare una conciliazione tra Positivismo ed Hegelismo nel tentativo di ricomporre la vecchia crasi traAristotelismo e Platonismo, rifiutò sempre qualunque chiusura negli esclusivismi di scuola e di pensiero mantenendo,dinanzi ad ogni corrente o moda filosofico-culturale che fosse, un atteggiamento critico ispirato al mediatismo filosofico. Ispirò politicamente il primo Socialismo italiano, fu un aperto sostenitore di un Socialismo moderato e borghese, comunque inserito nella corrente della Sinistra Storica. Strenuo difensore della laicità dello Stato ed oppositore di ogni limitazione ideologico-religiosa alla libertà individuale (nel campo filosofico come in quello pedagogico), fu apertamente criticato dagli ambienti cattolici e molti suoi libri furono inseriti nell'Indice dei libri proibiti. Nel pieno della sua attività speculativa,malatodiasma,morìaBolognail 28 dicembre del 1885. Riposa a Firenze nel Cimitero Monumentale delle "Porte Sante" di San Miniato a Monte, accanto alla moglie ed al figlio Vito (1866-1940), regio console e conte di Monreale.